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martedì 20 aprile 2010
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Intervento di Ennio Lucarelli sulla riforma delle professioni

Il Sole 24 Ore, 20 aprile 2010
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L’approccio concettuale alla riforma delle professioni intellettuali sottolineato dal Ministro Alfano, secondo cui la nuova disciplina dovrà porre gli interessi dei consumatori in primo piano, puntando a garantire con più rigore la qualità del prodotto professionale, è del tutto condivisibile. Ciò significa che l’apertura delle professioni ordinistiche alla concorrenza non può essere trattata come un fattore da evitare, ma come uno stimolo per la loro crescita qualitativa e organizzativa, dato che la cultura della soddisfazione del cliente (customer satisfaction) è propria della dinamica di mercato. Purtroppo, la scelta di escludere dal tavolo della concertazione sulla riforma le rappresentanze delle attività professionali svolte in forma d’impresa, privilegiando la consultazione con i soli Consigli degli Ordini, non va certo in questa direzione e ci auguriamo che il confronto venga presto allargato alle altre componenti del settore professionale. Altrimenti significherebbe lasciare fuori dalla porta il vero nodo da sciogliere: l’assetto anticoncorrenziale delle professioni regolamentate, dagli albi obbligatori alle attività riservate, alle tariffe obbligatorie.
Non è un caso che una delle prime proposizioni riguarda proprio il ripristino delle tariffe minime obbligatorie. Queste stabilite dagli Ordini, così come avviene per le parcelle professionali validate dagli stessi, si prestano spesso a un uso distorto da cui conseguono costi impropri per i clienti pubblici e privati. Ordini che non possono certo considerarsi come “authorities” al di sopra delle parti mentre esprimono il grave conflitto di voler rappresentare allo stesso tempo, sia i professionisti che li finanziano attraverso contributi obbligatori, sia i clienti.
Marina Calderone, presidente del CUP, se da una parte ha affermato che l’ intervento riformatore dovrà rifuggire “dalle chimere del mercato, peraltro estraneo alla tradizione del mondo ordinistico”, dall’altra ha dovuto riconoscere che “le professioni sono costantemente a contatto con il mercato” tanto da chiedere per esse accesso ai misure di sostegno come avviene per le imprese (Il Sole 24 Ore del 14/4/2010, pag. 38). A questo punto bisognerebbe onestamente riconoscere anche la necessità di una riforma che dia ai professionisti italiani reali strumenti per misurarsi con fattori come la globalizzazione, l’innovazione tecnologica, la concorrenza. ngegneri, architetti, geologi lavorano da anni nelle società d’ingegneria, per altro fiore all’occhiello della imprenditoria italiana nel mondo, fra i pochi servizi professionali con la bilancia dei pagamenti in attivo. Sono oltre 90.000 le società d’informatica che operano con ingegneri e informatici iscritti all’albo. Approdi importanti per biologici, chimici, agronomi sono le società di biotecnologia e farmaceutiche, mentre moltissimi sono gli avvocati, i commercialisti, i giornalisti, gli statistici, gli psicologi che lavorano in società di consulenza, di comunicazione, di marketing, quando non operano in studi professionali che si comportano come vere e proprie società. Insieme questi professionisti iscritti e non iscritti agli albi, che lavorano in regime di concorrenza, costituiscono il settore dei servizi innovativi che oggi conta 2,6 milioni di addetti, (con una crescita di oltre il 50% negli ultimi 10 anni) 1 milione di imprese e genera il 13% del Pil (Elaborazioni Confindustria Sit su dati Istat). Più che difendersi dalle insidie del mercato, la riforma dovrebbe promuovere le opportunità che, in questa epoca di enormi cambiamenti, i professionisti intellettuali possono cogliere per accelerare lo sviluppo di uno dei settori più vivaci dell’economia italiana.
 

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